Compensi a istruttori sportivi di ASD/SSD: la Cassazione esclude l’esenzione INPS per prestazioni abituali

Durante uno dei mesi più “caldi” in tema di Riforma del Lavoro Sportivo, la Corte di Cassazione interviene con un’importante pronuncia (Ordinanza n. 28845/2023 del 17/10/2023), attraverso la quale stabilisce o meglio ribadisce che i compensi sportivi percepiti nell’esercizio per professione abituale, ancorché resa a favore di enti sportivi dilettantistici, non possono essere considerati come “redditi diversi” e pertanto risultano soggetti a contribuzione previdenziale INPS.

Sarà interessante valutare come tale pronuncia potrà impattare sulla nuova disciplina del lavoro sportivo che eliminando la categoria fiscale dei “redditi diversi” per prestazioni sportive dilettantistiche, ha introdotto come tipologia contrattuale tipica la collaborazione coordinata e continuativa (co.co.co.).

I recenti provvedimenti di Ispettorato Nazionale del Lavoro, INAIL e INPS nel lavoro sportivo

In materia di Riforma del Lavoro Sportivo, il mese di ottobre 2023 ha registrato numerosi e imponenti passi avanti. Tra i principali ricordiamo, infatti, la piena operativa del c.d. decreto correttivo bis (D.Lgs. n. 120/2023), l’emanazione della Circolare n. 2/2023 del 25/10/2023 dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro e la successiva Nota n. 460/2023 del 26/10/2023, nonché la pubblicazione di fondamentali documenti di prassi come la Circolare INAIL n. 46/2023 del 27/10/2023 e la Circolare INPS n. 88/2023 del 31/10/2023. Tra queste numerose pubblicazioni, è passata tuttavia in sordina un’importante ordinanza della Corte di Cassazione Sez. Lavoro, la n. 28845 del 17/10/2023 che seppur intervenendo con riferimento alla previgente disciplina (in vigore fino al 30/06/2023), offre spunti decisamente interessanti che potranno avere ripercussioni sul nuovo regime in vigore dal 1° luglio 2023.

Cassazione: contribuzione INPS obbligatoria per istruttori sportivi “professionali e abituali”

Nell’ordinanza sopra citata la Corte di Cassazione, si è trovata a decidere su un contezioso attivato tra l’INPS e una ASD attiva del settore sportivo dilettantistico del nuoto. In particolare, la Corte, seguendo la medesima linea adottata in precedenti provvedimenti, ha escluso l’applicazione dell’art. 67, comma 1, let. m), dpr 917/1986, ossia i “vecchi” redditi diversi che prevedevano l’esenzione contributivo-fiscale fino a 10.000 euro annui. La Cassazione ha infatti ribadito che, chi invoca tale esonero deve provare che le prestazioni rese:

a) non siano state compensate in relazione all’attività di offerta del servizio sportivo svolta da lavoratori autonomi o da imprese commerciali o da società in nome collettivo e in accomandita semplice, né in relazione alla qualità di lavoratore dipendente assunta dal prestatore;

b) siano state espletate in favore di associazioni o società dilettantistiche e senza fine di lucro;

c) trovino fonte nel vincolo associativo e non in un distinto obbligo personale;

d) non trovino corrispondenza nell’arte o nella professione abitualmente esercitata, anche in modo non esclusivo, da colui che ha effettuato la prestazione.

Invero, osserva la Corte, il citato art. 67 esordisce, escludendo a priori i redditi di capitale, quelli conseguiti nell’esercizio di arti e professioni o di imprese commerciali o da società in nome collettivo e in accomandita semplice, o in relazione alla qualità di lavoratore dipendente.

Tale esclusione opera anche nell’ipotesi in cui il soggetto percettore intervenga nell’esercizio diretto di attività sportive dilettantistiche.

Non si possono dunque configurare come “redditi diversi” quelli che derivano dall’esercizio abituale di un’attività autonoma o quelli tratti dall’esercizio professionale di attività coordinate e continuative, assimilati piuttosto a quelli di lavoro dipendente (art. 50 TUIR, lettera c). Si ricorda infatti che per esercizio di arti e professioni, ai sensi dell’art. 53 TUIR, deve intendersil’esercizio per professione abituale, ancorché non esclusiva, di attività di lavoro autonomo diversa dall’attività di impresa.

Secondo la Corte, ha dunque errato la pronuncia d’appello nel qualificare come “redditi diversi” i compensi percepiti dagli istruttori, per il solo fatto di essere stati percepiti nell’esercizio di attività sportive dilettantistiche, nonché nel reputare superfluo l’accertamento della natura professionale o meno del rapporto nell’ambito del quale i redditi sono stati percepiti.

A tal proposito è infatti necessario un duplice accertamento: da un lato, la previsione dell’art. 67 non accorda(va), un’automatica e indiscriminata esenzione dall’obbligo contributivo alle associazioni o alle società formalmente riconosciute quali dilettantistiche, rilevando piuttosto la verifica della effettiva natura “dilettantistica” della ASD/SSD, dall’altro è necessario accertare che i compensi non siano conseguiti nell’esercizio di professioni né derivare da un rapporto di lavoro dipendente.

Per ulteriori apprendimenti leggi: 

Riforma lavoro sportivo: a che punto siamo? 

Riforma lavoro sportivo 2023: cosa cambia nello sport dilettantistico

Riforma lavoro sportivo: le novità del decreto correttivo bis

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