“Non combattere l’onda. Imparate a cavalcarla.”
Nel 2019 prendemmo una decisione che si rivelò profetica: cambiare completamente studio.
Non si trattava solo di un trasloco. Era la materializzazione di una visione: muschio alle pareti, tavoli in legno naturale, piante ovunque, vetrate a tutta altezza. Grande sala riunioni, LIM per presentazioni interattive, doppio schermo per ogni postazione e PC portatili per muoversi negli spazi. Uno studio pensato per lavorare in modo diverso — collaborativo, aperto, orientato al futuro.
Quando arrivò marzo 2020 e ci dissero di stare a casa, eravamo già pronti. Mentre molte aziende andavano nel panico per l’impossibilità di lavorare da remoto, noi accendemmo i PC portatili e continuammo come se nulla fosse cambiato. I clienti non si accorsero minimamente del nostro smartworking.
Non era stata solo fortuna. Era stata visione strategica. E quella lezione — prepararsi prima che il cambiamento bussi alla porta — mi ha guidato anche nell’approccio all’intelligenza artificiale.
Una storia lunga decenni
La verità è che la tecnologia non è mai stata per me una novità da scoprire all’ultimo momento. È stata una scelta consapevole, perseguita con costanza da quando ho aperto il mio primo studio.
Da decenni parliamo di scrivanie digitali, di procedure automatizzate, di flussi, di processi. Ho sempre creduto che lavorare bene significasse anche lavorare in modo strutturato: ogni attività al suo posto, ogni informazione accessibile, ogni passaggio tracciabile. Non perché fossi una tecnica — ma perché capivo che l’efficienza libera tempo. E il tempo liberato si può investire nelle persone, nella consulenza, nel pensiero strategico.
Abbiamo costruito procedure operative digitalizzate quando ancora molti studi professionali lavoravano con i raccoglitori cartacei. Abbiamo parlato di flussi quando i colleghi ancora ragionavano per pratiche singole. Abbiamo puntato all’efficientamento dei processi non come fine, ma come mezzo per fare meglio il nostro vero lavoro.
Tutto questo era già un passo avanti.
Ma l’AI è un passo oltre.
Non è solo un’automazione più sofisticata. Non è solo un processo più veloce. È qualcosa di qualitativamente diverso: uno strumento che ragiona, che connette, che genera. Che non si limita a eseguire istruzioni — ma le interpreta, le arricchisce, le trasforma.
L’alleato che non ti sostituirà mai
Quando l’AI è entrata nella mia vita professionale, la prima domanda che mi sono posta non era «mi toglie il lavoro?». Era: «come posso usarla bene?»
E questa mi sembra ancora oggi la domanda giusta.
L’AI non è un nemico da combattere né uno strumento da subire passivamente.
È un alleato straordinario — a patto di saperlo trattare come tale.
Pensatela come un collaboratore di fiducia: qualcuno che fa cose al vostro posto, vi libera dal lavoro ripetitivo, vi lascia tempo per quello che conta davvero. Un collaboratore che non si stanca, non ha cattivi lunedì, non si lamenta.
Ma un collaboratore, per definizione, non vi sostituisce. Esegue. Voi decidete.
La differenza tra chi usa l’AI come scorciatoia e chi la usa come leva sta tutta qui: nel ruolo che scegliete di ricoprire.
Se la usate per delegare il pensiero, perdete. Se la usate per amplificare il vostro pensiero, vincete.
Non solo risposte: chiedete domande
C’è un modo di usare l’AI che pochi esplorano davvero, e che invece ho trovato tra i più potenti: non chiederle risposte, ma chiederle domande.
Usarla come un coach. Come qualcuno che ti aiuta a fare brainstorming, a esplorare aree che non conosci, a scavare più in profondità di quanto faresti da solo.
Non «scrivimi questo testo» ma «quali aspetti di questo argomento sto trascurando?». Non «dammi la soluzione» ma «quali domande dovrei pormi prima di decidere?».
In questo modo l’AI diventa uno specchio intelligente.
Ti mostra angoli che non avevi considerato, ti sfida su assunzioni date per scontate, ti aiuta a migliorare quello che hai già fatto invece di farlo al posto tuo.
Ho iniziato a usarla così nel mio lavoro quotidiano — per prepararmi a sessioni di coaching, per analizzare dati complessi, per confrontare contratti collettivi, per rivedere testi, per vedere le cose dal punto di vista dell’altro.
Ogni volta esco dall’interazione con qualcosa in più.
Non perché l’AI sia più brava di me — ma perché mi fa vedere le cose da punti di vista che non avrei esplorato spontaneamente.
E questo, per una professionista con oltre trent’anni di esperienza, è già straordinario. Immaginatelo per un giovane che sta ancora costruendo le sue competenze.
Il prompt come scuola di comunicazione
Voglio dire una cosa che potrebbe sembrare strana, ma ci credo davvero: imparare a usare bene l’AI mi ha resa una comunicatrice migliore.
Non con le macchine. Con le persone.
Scrivere un buon prompt richiede precisione assoluta. Bisogna immedesimare lo strumento nel ruolo di esperto che gli chiediamo di rivestire. Bisogna dargli il contesto, definire l’obiettivo con chiarezza: chi siamo, cosa vogliamo, come lo vogliamo, per chi, entro quando. Bisogna indicare che tipo di ragionamento ci aspettiamo, che tono, che struttura. Fare esempi. Non dare nulla per scontato.
E qui sta la lezione più preziosa: con l’AI non puoi puntare il dito contro l’altro.
Se il risultato è scadente, non è perché «non ha capito» — è perché non hai spiegato bene.
Il risultato è lo specchio esatto di come comunichi. Non ci sono emozioni che distorcono, non ci sono interpretazioni, non ci sono silenzi da decifrare. Ci sono solo informazioni chiare o informazioni mancanti.
Quante volte, nella gestione dei collaboratori, ho visto imprenditori frustrati perché «il dipendente non capisce»? Quasi sempre, il problema era a monte: nell’istruzione data, nel contesto non spiegato, nell’obiettivo lasciato vago. L’AI te lo mostra in modo impietoso e immediato. Ed è una palestra straordinaria per imparare a comunicare con precisione, senza ambiguità.
E allora mi chiedo: e se la vera utilità dell’AI non fosse solo velocizzare il lavoro, ma costringerci a diventare più chiari? Con gli strumenti. Con i collaboratori. Con noi stessi.
La resistenza di una generazione
Devo però essere onesta su qualcosa.
Quando parlo di AI con persone della mia generazione, vedo spesso una reazione che conosco bene: la paura. Non quella dichiarata, non quella che si ammette. Quella silenziosa, che si nasconde dietro frasi come «non fa per me», «sono troppo vecchia per queste cose», «preferisco il modo tradizionale».
La paura porta all’irrigidimento. E l’irrigidimento, nel mondo di oggi, è il rischio più grande che possiamo correre.
Lo capisco. Davvero. Anche io ho avuto i miei momenti di smarrimento davanti a strumenti nuovi. Ma quello che ho imparato è che la resistenza al cambiamento non protegge — isola. Ti lascia indietro mentre il mondo va avanti, e poi un giorno ti svegli e lo spazio che occupavi non c’è più.
L’antidoto non è la competenza tecnica. È la curiosità. La disponibilità a provarci, a sbagliare, a fare domande senza vergogna. Esattamente come facevo io, a 23 anni, con la mia Peugeot 205 sulla strada per Varese, quando andavo all’INPS alla ricerca di risposte, con il mio foglietto di domande e la mia fame di sapere.
L’etica e i giovani: la questione che non possiamo ignorare
Ma c’è una questione che mi sta molto a cuore, e che non posso non affrontare.
L’AI usata male è pericolosa. Non nel senso cinematografico dei robot che prendono il controllo — nel senso molto più concreto e quotidiano di chi la usa come scorciatoia invece che come opportunità.
Uno studente che usa l’AI per scrivere la sua tesi non sta imparando: sta solo consegnando un elaborato.
Un professionista che usa l’AI per rispondere ai clienti senza capire il contenuto non sta crescendo: sta fingendo competenza.
La differenza tra usare l’AI per accelerare l’apprendimento e usarla per evitarlo è enorme. E le conseguenze, nel lungo periodo, sono devastanti.
Per questo credo con forza nella necessità di corsi di alfabetizzazione all’AI. Non corsi tecnici per esperti — corsi per tutti. Per i collaboratori di studio, per i professionisti, per i giovani in formazione.
E qui parlo anche da nonna, oltre che da imprenditrice.
I miei nipoti crescono in un mondo in cui l’AI è già presente, già normale, già ovvia. Non hanno conosciuto il prima. Non hanno la prospettiva di chi ha visto la stessa scrivania passare dalla carta al computer, dal computer al cloud, dal cloud all’intelligenza artificiale. Questo è insieme un vantaggio e un rischio.
Il vantaggio è che non hanno paura dello strumento. Il rischio è che non capiscano la differenza tra usarlo bene e usarlo male. Che confondano la velocità con la competenza. Che crescano pensando che avere una risposta sia equivalente a capire una domanda.
Non deve essere così.
L’AI deve essere un’opportunità di crescita, non una delega del pensiero.
Il sapere — quello vero, costruito con fatica e curiosità — rimarrà sempre appannaggio delle persone.
Gli strumenti cambiano. La capacità di pensare, di giudicare, di relazionarsi, di creare valore attraverso le persone: quella non si automatizza.
Perché il mondo si sta evolvendo. Sta diventando qualcosa di diverso. E la domanda non è se cavalcare quest’onda — è come farlo in modo che ci renda davvero più capaci, più consapevoli, più umani. Non meno.
