Guardarsi allo specchio per rafforzare la leadership

Voglio raccontare una storia.

La storia di un imprenditore, Gianni, che in un momento storico di grande cambiamento, ha rivisto il film della sua vita lavorativa.

Un film durato 50 anni e che è bello rivedere per comprenderne il passato e proiettarne il futuro.

 

Se ti sei perso il primo episodio

 

 

Un discorso chiaro di un imprenditore lungimirante.

Gianni sapeva che per cambiare la cultura, dovevano cambiare i giochi. E per cambiare i giochi, doveva essere il primo attore di un processo di cambiamento.

Gianni continua il suo racconto.

“Ho iniziato a mappare le mie capacità. Non quelle tecniche. Quelle le conoscevo.

Volevo capire qual era il gap da colmare per diventare un buon leader.

Ho sempre avuto una buona autostima, non lo nego, ma ho iniziato a farmi delle domande e a mettermi in discussione. Mi sono domandato se i messaggi dati all’interno dell’organizzazione erano chiari, se le persone conoscevano i valori dell’azienda e se si sentivano libere di esprimere le loro idee. Insomma, ho iniziato a domandarmi se quello che avevo sempre pensato, e creduto, fosse la realtà dei fatti o se fosse un autoinganno e quindi c’erano delle falle nel sistema.

Per la prima volta mi resi conto che non potevo permettermi di sbagliare. Stavo iniziando un percorso di cambiamento e non potevo andare avanti per tentativi.

Avevo la responsabilità di un’azienda e, fallire per inerzia, non era tra le mie opzioni”.

Ed è così che Gianni mi ha spiegato come si è preparato al cambiamento.

“All’inizio non le nego che ero allo sbaraglio. Misurare l’intangibile non è semplice.

Ho iniziato a leggere libri, partecipare a corsi. Poi mi sono imbattuto in un assessor certificato.

Un coach che mi ha spiegato che esistono strumenti affidabili, che permettono di valutare la leadership in autovalutazione ed eterovalutazione per misurare quello che pensiamo di noi come leader e quello che pensano gli altri.

Ho scoperto inoltre, parlando con lui, il nesso causale tra intelligenza emotiva e leadership.

L’intelligenza emotiva, infatti, è predittiva per il 55% della leadership.

Mi scusi, forse ho dato alcune cose per scontato, lei sa cos’è l’intelligenza emotiva?”.

“Da quello che so” rispondo “l’intelligenza emotiva è la capacità di comprendere le emozioni proprie e degli altri. La capacità di utilizzarle per scelte importanti e, infine, gestirle e indirizzarle verso obiettivi eccellenti”.

Gianni riprende. “Quella che lei mi riporta come definizione, è stata per me una rivelazione vitale. Mi ha permesso di fare il primo piccolo passo verso il cambiamento culturale della mia azienda”.

Dopo aver girato gli occhi alla ricerca di un’immagine del passato, continua “ricordo molto bene la restituzione del Coach sull’intelligenza emotiva. Di quando mi ha messo tra le mani le risposte anonime del questionario inviato a 20 dei miei collaboratori.

Le risposte evidenziavano un gap importante, tra quello che pensavo di trasmettere, e quella che era invece la percezione del mio team.

Al momento, non le nego, che alla lettura del responso ho provato un mix tra incredulità e rabbia. Poi ho iniziato a vedere le cose da un punto di vista diverso.

Ho collegato i puntini. Ho compreso lo schema disfunzionale inconsapevole che avevo messo in atto per tutti quegli anni.

Ho scoperto di aver dato molto per scontato. Alcuni comportamenti non erano stati accompagnati da una comunicazione efficace.

Cose, che per me erano irrilevanti, per i miei collaboratori non lo erano affatto.

In quel momento compresi che ognuno aveva colmato il vuoto della comunicazione, a modo suo. Questo aveva creato incertezza e malcontento”.

 

A quel punto il tono della voce cambia.

Il silenzio prende il sopravvento. Passano pochi minuti poi Gianni dice “ancora oggi non capisco come ho fatto a non accorgermi di certe cose. Ero talmente assorto dalla mia quotidianità che stavo rischiando di perdere il vero valore della mia azienda: le persone”.

 

Un momento di riflessione a voce alta che mi diede la possibilità di fare un’altra domanda. “E dopo?

Cosa è successo dopo?”

“Dopo è iniziato tutto”, mi dice. “Ho iniziato un percorso di coaching per rafforzare la mia leadership, ho utilizzato i miei punti di forza. Ho ascoltato le persone. Ho osservato cose che non avevo mai notato. Ho iniziato a fare domande. Ho analizzato le soluzioni guardandole da diversi punti di vista. Ho pensato alle conseguenze delle mie azioni, prima di metterle in atto, non dopo”.

Il tempo di riprendere fiato e continua: “Devo dire che in questo modo mi sono risparmiato un bel po’ di grattacapi e ho iniziato a mettere ordine nella mia vita, allineando i miei obiettivi a quelli che erano i miei valori. Per la prima volta, ho ritrovato la serenità. Ero bilanciato, soddisfatto e realizzato. E anche la salute ne ha giovato, non solo i miei collaboratori e i miei affari”.

Sorride. Gli chiedo, “è stata dura?”.

“Diciamo che è più facile dire agli altri quello che non va bene, che ammettere che c’è qualcosa che non va in quello che fai tu.

È come mettersi davanti ad uno specchio e guardare per la prima volta il vero responsabile delle cose che non vanno bene in azienda.

Fino a quel momento, era più semplice cercare il colpevole, guardando fuori dalla finestra”.

 

La storia di Gianni continuerà nelle prossime pubblicazioni, ti aspettiamo la prossima settimana con #storiediunimprenditore

Episodio 3

Episodio 4

Episodio 5

 

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