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Ep. 4 – La calma dopo la tempesta

Se ti sei perso gli episodi precedenti ascoltali ora: episodio 1, episodio 2, episodio 3.

Dopo la nascita di mio figlio, passai degli anni in assoluta tranquillità.

Lavoravo molto ma, avendo l’ufficio sotto casa e una tata meravigliosa che accudiva i bambini, ero riuscita a raggiungere un equilibrio, sia come mamma che come professionista.

Ricordo che alla sera, alla fine della giornata lavorativa, lanciavo delle stampe e uscivo dall’ufficio.

Salivo, cucinavo, scendevo le scale e staccavo quella pigna di fogli a striscia continua, che ogni tanto trovavo arrotolati sotto la stampante.

Il tempo di una sistemata e di corsa risalivo i gradini, mettevo i pigiamini ai bimbi e, una volta a letto, leggevo gli articoli di giornale per non perdermi le novità in materia di lavoro.

Il sabato e la domenica era dedicato alla casa, alla spesa ma soprattutto al gioco e al divertimento.

Amavamo Art Attack e così, trascorrevamo intere giornate a dipingere, tagliare, incollare e manipolare ogni sorta di materiale malleabile.

Momenti splendidi, di estremo benessere.

Ma, proprio quando ti sembra che tutto fili liscio, ti rendi conto che sei caduta nella trappola della routine.

E la routine, soprattutto per chi fa un lavoro in proprio come il mio, non porta nulla di buono.

Ho imparato, col tempo, che “chi non progredisce, rallenta”. Rallenta, semplicemente per il fatto che il contesto in cui operi, progredisce.

Andare alla stessa velocità in cui il mondo si muove, significa, quindi, evitare l’immobilismo che ti porta alla regressione.

Questo l’ho provato sulla mia pelle.

In quel periodo, infatti, ricordo che la mia rigidità mentale, mi faceva vedere le cose, bianche o nere.

Non esistevano sfumature di grigio.

Quindi, quando il mio miglior cliente mi chiese di uscire dall’ufficio per andare in azienda e procedere con il licenziamento di alcuni dipendenti, inorridii.

Non mi misi nei panni del cliente. Non pensai neppure un attimo a quello che potevano essere i suoi bisogni, le sue paure e i motivi della sua richiesta.

Assunsi una posizione giudicante.

Nella mia testa, il professionista doveva fare il lavoro dietro la scrivania e l’imprenditore doveva assumersi la responsabilità della gestione delle persone, decidendo e agendo in maniera diretta.

Le parole che risuonavano nella mia testa erano chiare “Se non aveva il coraggio di licenziare alcuni dipendenti, il problema era suo, non mio”.

Glielo dissi. Risultato, se ne andò.

Nel giro di breve trovò un consulente, forse meno preparato professionalmente, ma pronto a rispondere a quel bisogno.

Fu una grande lezione per me.

All’inizio mi arrabbiai, cercai conforto e sostegno nelle persone care, ma poi, finito di raccontarmela, mi misi in discussione.

Qual era il confine tra quello che erano i miei compiti e le mie responsabilità, rispetto quelle dell’imprenditore?

Qual era il ruolo che dovevo assumere per dare valore al cliente?

Era giusto rimanere incastrati nel concetto del giusto/sbagliato, vero/falso, ragione/torto o c’era un altro modo per andare oltre a questo tiro alla fune?

Per trovare delle risposte a queste domande, mi iscrissi ad un corso di comunicazione che durò un anno.

Eravamo 11 consulenti del lavoro intorno a un tavolo ma, invece di parlare di diritto del lavoro, il docente ci parlò di comunicazione efficace, di valori, di programmazione neuro linguistica.

Argomenti per me ignoti, ma affascinanti.

Da allora sono passati quasi 15 anni ma, nella mia mente, ringrazio ancora quel cliente.

Cadere e sbucciarsi le ginocchia, fu la cosa migliore che mi potesse capitare.

Quella lezione mi permise di fare la svolta, mettermi in discussione e intraprendere un percorso di crescita personale e professionale che cambiò la mia vita.

Un percorso tormentato. Uscivo dagli incontri formativi del tutto destabilizzata, alcune volte entusiasta e pronta a spaccare il mondo, altre volte con l’umore sotto i piedi.

Ma, si sa, il cambiamento non è un percorso lineare.

Perdita di certezze e credenze sgretolate, lasciano il posto al nuovo.

Un cambiamento di mentalità faticoso che ha aperto nuove opportunità:

  • Nella mia vita familiare, perché mi ha dato il coraggio di appoggiare mia figlia a partire per il Colorado a soli 16 anni, per diventare un cittadino del mondo;
  • Nella mia vita personale, perché ho acquistato fiducia in me stessa e nelle mie capacità;
  • Nella gestione dei miei collaboratori, perché ho portato in studio l’istituto della delega fiduciaria e ho investito nel capitale umano in maniera incondizionata;
  • Nella gestione dei miei clienti, perché ho iniziato un percorso di ascolto e comprensione dei bisogni;
  • Nei servizi offerti, perché sono uscita dagli schemi e ho pensato a un nuovo modo di fare professione.

Un percorso. Un viaggio o semplicemente un gioco infinito a cui, ancora oggi, continuo a giocare.

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