14 sfumature di rabbia passiva

Quando pensavo alla “rabbia”, mi veniva in mente lo sfiato della “pentola a pressione”.

Un’ira repressa che usciva dalla bocca delle persone, accompagnata da uno sguardo infuocato e da pugni socchiusi.

Dopo aver letto il libro del dottor Les Carter “Trasformare la rabbia,” mi sono ricreduta.

La rabbia non si manifesta solo con un’aggressività espressa, ma anche con un’aggressività passiva.

Ci sono persone che ritengono inutile lo sfoggio di prepotenza apertamente svilente, per cui decidono di non farsi trascinare dallo scontro verbale. Preferiscono proteggere il proprio valore personale, le proprie esigenze e convinzioni, utilizzando un tacito comportamento di disprezzo verso gli altri.

Pensiamo a quanti dipendenti, all’interno delle aziende, si rifiutano di seguire le procedure operative o di rispettare le istruzioni di lavoro, solo per il gusto di non fare quello che gli è stato detto di fare.

Ecco, dietro ad alcune di queste persone, può nascondersi il tarlo della rabbia passiva.

Un modo per affermare il loro disprezzo verso il proprio superiore o verso l’azienda.

Una tacita non cooperazione per affermare il proprio dissenso e per salvaguardare la propria dignità.

Il dottor Les Cartier, per dare un’idea dei modi passivo-aggressivi di gestione della rabbia, elenca una lista dei comportamenti tipici della categoria:

  • Stare in silenzio quando si sa che l’altro si aspetta di sentirci parlare;
  • Trovare delle scuse per evitare di svolgere delle attività che non si vogliono fare;
  • Procrastinare ed essere cronicamente smemorati;
  • Dire di si, anche se è improbabile che si farà davvero quanto richiesto;
  • Fare le cose secondo i propri modi e tempi anche quando si sa bene che ciò disturberà gli altri;
  • Lamentarsi delle persone alle loro spalle, ma raramente dire loro le cose in faccia;
  • Dire qualunque cosa l’altro voglia sentire e poi fare quello che si vuole;
  • Essere evasivi, con l’intento di indicare che non si vuole essere controllati;
  • Accantonare le responsabilità e scegliere piuttosto opzioni che soddisfano il desiderio di svago e pigrizia;
  • Usare ripetutamente la frase “non lo so” quando viene chiesta una spiegazione circa le scelte fatte;
  • Impegnarsi a metà senza convinzione;
  • Avere fama di generale affidabilità;
  • Comportarsi bene in presenza delle figure d’autorità e in maniera ribelle in loro assenza;
  • Essere degli spreconi, anche dopo aver ricevuto sollecitazioni a essere più parsimoniosi.

Una lista interessante. Non c’è dubbio. Almeno per capire che dietro a questi comportamenti c’è un grido represso, una maschera che cela paura, solitudine, insicurezza e sofferenza.

Non sono un counselor e neppure un terapeuta o uno psicologo, ma in qualità di consulente strategico del lavoro, ritengo che riuscire ad identificare la vera causa che si nasconde dietro a uno schema comportamentale definito, sia importante per evitare di commettere errori eclatanti.

Persone imprigionate nella loro ira, espressa o tacita, non hanno certo bisogno del pugno duro di un imprenditore.

Un comportamento di questo genere aumenterebbe la paura e l’insicurezza senza un risultato positivo in termini di performance.

Se vogliamo il bene della nostra azienda, quindi, osserviamo e prestiamo un ascolto attivo prima di agire!

Sandra Paserio – Consulente Strategico del Lavoro