Passiamo il testimone alle nuove generazioni

Sentiamo spesso dire che i giovani sono pochi affidabili, che non sono rispettosi, che non hanno la cultura del lavoro e che vivono il qui ed ora senza pensare al futuro.

Ma siamo sicuri che è così o è solo una generalizzazione che usiamo perché siamo chiusi nelle nostre convinzioni e non comprendiamo un diverso modo di pensare e di agire?

 

Questa domanda me la sono fatta dopo aver intervistato 30 lavoratori di un’azienda mia cliente.

Un’azienda storica, ben posizionata sul mercato, che ha da poco subìto un cambio generazionale dei vertici aziendali.

Un’azienda che, oggi, dopo il cambio generazionale, sta guardando al futuro con gli occhi di un bambino.

Un bambino curioso che sta cercando di testare il terreno per trovare nuove strade da percorrere.

Un bambino che ha la possibilità di andare oltre i confini delimitati dalla vecchia generazione.

Ma questa azienda, seppur animata dalla curiosità e dalla motivazione, si trova a dover fare i conti con un organico aziendale formato da persone che per anni hanno pensato e agito in un ambiente poco stimolante volto al mantenimento dello status quo.

Persone di diverse età.

Un mix di generazioni che si ostacolano a vicenda senza passarsi il testimone.

 

Una spaccatura netta dove le fazioni sono chiare:

  • Da una parte i giovani, a cui vengono affidati lavori basici a supporto delle persone esperte che li tengono al guinzaglio.

Loro scalpitano, vogliono imparare ma tutto finisce lì.

Sembra che nessuno li ascolti e creda in loro. Niente formazione. Nessun investimento.

Ed è qui che cresce la rabbia, il menefreghismo e l’alzata di spalle.

La vita non li ha preparati a lottare, a dimostrare quello che valgono.

La mancanza di allenamento li ha portati ad essere sopraffatti dalle emozioni, a reagire invece che agire consapevolmente verso obiettivi ambiziosi.

 

  • Dall’altra parte ci sono le persone esperte, quelle coi capelli bianchi.

Tecnici preparati che eseguono il proprio lavoro in modo responsabile e metodico ma che negli anni si sono dimenticati il significato della motivazione e dell’entusiasmo.

Sul loro viso si legge la stanchezza.

Si illudono che la pensione sia la loro salvezza.

Ed è così che tirano a campare, accecati dalla luce di questo falso traguardo, abbandonando il pensiero del miglioramento dell’organizzazione, del cambiamento e della crescita dei giovani.

 

Ma, si sa, gli schemi disfunzionali si autoalimentano.

Ed è così che si innesca quel circolo vizioso dove le persone coi capelli bianchi criticano le nuove generazioni e i giovani reagiscono con la rabbia che li contraddistingue.

Un conflitto fatto di ripicche, di musi lunghi e di costi per l’azienda.

Una perdita incredibile se pensiamo alle energie disperse e al mancato trasferimento di competenze.

 

Ma questa è l’eredità che i nuovi vertici aziendali hanno avuto in dono ed è da qui che ripartiranno.

Il fardello è pesante ma la voglia di cambiare è forte.

Ed è grazie a questa voglia che la direzione metterà in atto nuove strategie.

Si partirà dall’ascolto, dalla comprensione e dalla comunicazione per poi scardinare vecchie convinzioni e creare nuovi schemi funzionali.

Si punterà al cambiamento, all’innovazione, all’accettazione delle diversità come fonte di arricchimento per creare una nuova cultura d’impresa.

Si allargheranno gli orizzonti per ripartire col piede giusto e affrontare un mercato dinamico, effervescente e, l’emergenza epidemiologica insegna, imprevedibile.

Una sfida. È così che i nuovi vertici hanno definito questa opportunità di cambiamento.

Una sfida da vincere per un futuro sostenibile.