Figli adolescenti? Una sfida per noi genitori

Pur essendo un business coach e un problem solver aziendale, mi capita di dialogare con persone che mi propongono problemi relativi alla sfera personale.

La tematica più frequente è quella della gestione dell’adolescente.

La criticità emerge quando “la creatura” inizia ad opporsi alle regole mettendo in atto atteggiamenti oppositivi o di sfida a cui il genitore risponde con alzate di voce e punizioni.

Insomma, il ragazzo attacca e il genitore perde il controllo, dando vita ad un’escalation simmetrica che si conclude con una ritirata del ragazzo nella sua camera e una porta sbattuta.

La comunicazione è interrotta e i problemi persistono.

La tensione attanaglia entrambi i genitori. Si sentono in trappola. Non riescono a vedere la via d’uscita.

L’ansia, la preoccupazione e la rabbia aumentano. Si sentono in una pentola a pressione. Cercano di sfiatare la tensione attaccandosi l’un l’altro.

Sono alla ricerca di un capro espiatoria per dare un senso alla situazione ormai incancrenita e fuori controllo.

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Facciamo un passo indietro e proviamo a ripercorrere la scena come un film al rallentatore.

Guardiamo l’espressione del viso del genitore che ha perso le staffe.

C’è un senso di colpa evidente. Ha alzato la voce come tentativo di correzione del comportamento di quella testa calda. Non ha funzionato e adesso gli dispiace.

Sogna una relazione idilliaca con il figlio ma la realtà si discosta dalla situazione desiderata.

La reazione del ragazzo lo coglie all’improvviso. La scena si ripete nei giorni successivi fino ad etichettare “la creatura”: un immaturo, un ingrato e un irresponsabile.

Ed ecco il paradosso.

Il genitore vorrebbero un figlio autonomo e responsabile ma, invece di dargli lo scettro della sua vita, dà un giro di chiave alla sua libertà.

Passa il tempo a dirgli quello che deve fare e non fare.

Controlla che abbia studiato, che abbia sistemato la sua camera e, ogni volta che non fa quello che avrebbe dovuto fare, gli toglie il cellulare, gli limita le uscite con gli amici e l’accesso ad internet.

Il figlio, ormai adolescente, si sente trattato come un bambino.

Sente addosso la mancanza di considerazione dei genitori.

Prova rabbia ma non sa come canalizzarla. Esplode. Vorrebbe urlare che non ha più 8 anni ma non sa come gestire la situazione quindi si allontana, va nella sua stanza e sbatte la porta.

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Cosa è successo?

Una frattura nella comunicazione.

Ma per quanto amiamo i nostri figli, dobbiamo imparare ad accettare la loro crescita e fare un passo indietro.

È un cambiamento per entrambi. Non c’è dubbio.

Per un genitore, probabilmente, è la cosa più difficile. Occorre trovare la forza di cambiare il proprio ruolo, passando da attore a spettatore della loro vita.

Ricordo quanto avevo i bambini piccoli, come era bello essere al centro dell’ attenzione.

Sul loro viso c’era il piacere di averti vicino. Lo stesso piacere che vedevi stampato sul loro faccino quando venivano da te, sudati, a chiederti dell’acqua. Prendevi la bottiglia, gliela porgevi e loro si dissetavano.

Oggi, continuiamo a fare la stessa cosa anche se non hanno la stessa sete e, invece di lasciare che si dissetino con pochi sorsi d’acqua, insistiamo che finiscano tutta la bottiglia.

Bottiglia, che percepiscono come un’enorme cisterna.

Ed ecco che il piacere si trasforma in odio verso quell’acqua.

Ma, perché continuiamo ad insistere?

Non lo sappiamo neppure noi. Forse perché siamo ancorati a quel piacere.

Piacere di essere indispensabili.

Impariamo quindi dagli errori. Facciamo un passo indietro e lasciamo la bottiglia sul tavolino.

Se avranno sete saranno loro a venire da noi.

Per i nostri figli, noi genitori siamo importanti. Siamo il loro punto di riferimento.

Lo siamo stati, lo siamo e lo saremo sempre.

Dobbiamo solo accettare di cambiare il nostro ruolo.

Sandra Paserio – Consulente Strategico del Lavoro