Sappiamo ascoltare il nostro collaboratore?

Cosa vuol dire “ascolto attivo”?

Se andiamo su Wikipedia c’è scritto che l’ascolto attivo è una tecnica di comunicazione. 
 
Io oserei dire che è un’arte. 
 
Spesso ci dimentichiamo dell’importanza di ascoltare con attenzione il nostro interlocutore e perdiamo “un’opportunità”. 
 
Nel mondo del lavoro, il collaboratore è la nostra “pietra preziosa, quella che all’interno della nostra azienda rappresenta il nostro “marchio”, i nostri “valori”, quella che porta avanti i progetti aziendali, quella che parla con i nostri clienti e i nostri fornitori, quella che può fare la differenza sulla qualità del servizio offerto…insomma una risorsa a cui dare tutte le attenzioni che merita.
 
Ma chissà come mai, ogni tanto ce ne dimentichiamo e quando il nostro collaboratore bussa alla porta e si siede davanti alla nostra scrivania con una cartellina in mano per parlare con noi, già ci viene male e pensiamo alle migliaia di cose che dobbiamo fare, alle telefonate urgenti, alle mail a cui dobbiamo ancora rispondere…
 
Ma abbiamo un ruolo, siamo dei capi e non possiamo far finta di niente, quindi cosa facciamo?
 
Con un sospiro diciamo al malcapitato “vieni, dimmi” e mentre lui parla, noi pensiamo al cliente, alla telefonata che dobbiamo fare e vediamo l’orologio che continua imperterrito nell’avanzata dei minuti e lo schermo del computer che continua a mandarci degli avvisi di nuove mail che stanno arrivando.
 
Conclusione, a noi arrivano solo “parole” che a malapena prendono forma nella nostra testa formulando il significato di quello che stiamo “udendo” ma non osserviamo lo sguardo basso della persona, la voce tremolante con la quale ci parla, le braccia conserte, la postura con la schiena ricurva e alla fine, non ci accorgiamo che il nostro collaboratore era lì per evidenziare un problema… ma non ce l’ha fatta!
 
Con la stessa andatura, dopo aver comunicato un paio di informazioni lavorative, il malcapitato si congeda ed esce dal nostro ufficio.
 
Cosa abbiamo fatto? Abbiamo perso un’opportunità.
 
L’opportunità di ascoltare un nostro collaboratore che era in difficoltà, che aveva un problema lavorativo che poteva essere risolto ma non gliene abbiamo dato la possibilità.
 
Ma quel problema, che non è stato risolto, il giorno dopo, può diventare un macigno per quel collaboratore che alla fine non si sente capito, ascoltato e, giorno dopo giorno, lo porta a demotivarsi al punto che, alla prima lineetta di febbre, si reca dal medico per farsi dare i giorni di malattia.
 
E noi, come capi e datori di lavoro, a quel punto come reagiamo? Diciamo che abbiamo dei collaboratori che non sono responsabili e che non hanno voglia di lavorare.
 
E’ un circolo vizioso che dobbiamo interrompere e non possiamo partire dagli altri ma da noi stessi.
 
Siamo noi, per primi, che dobbiamo metterci in discussione e dobbiamo chiederci: “in cosa abbiamo sbagliato?”
E se la risposta è che “non abbiamo ascoltato attivamente i nostri collaboratori” allora, buttiamoci il passato alle spalle e incominciamo subito a cambiare il nostro atteggiamento.
Spegniamo tutti gli strumenti tecnologici che ci possono distrarre, liberiamo la nostra mente e dedichiamo il tempo necessario per ascoltare con attenzione la persona che è davanti a noi.
Facciamogli sentire che siamo lì, anche con la testa e non solo con le orecchie, guardiamolo negli occhi e osserviamo il linguaggio non verbale e para-verbale, facciamogli domande, riformuliamo quello che dice per vedere se abbiamo capito bene e poi cerchiamo di assumere il nostro ruolo principale che è quello di datore di lavoro.
Si, perché fare il capo, vuol dire mettersi al servizio dei nostri collaboratori e renderci utili.
Noi siamo la loro guida e abbiamo delle responsabilità; il nostro compito è tracciare la strada e, se si presentano degli ostacoli, dobbiamo essere lì pronti a spianarla.
Non dobbiamo far sentire soli i nostri collaboratori; l’empatia è importante, non dimentichiamolo!!
Sandra Paserio – Consulente del Lavoro – Human Resource Management