Se diamo vita ai dati, troviamo le soluzioni

Le aziende navigano tra i numeri.

Ogni giorno ricevono una miriade di dati e di informazioni.

Spesso però succede che non c’è tempo e ci si sofferma solo su quei quattro numeri che interessano in quel momento.

Il resto lo si lasci lì, senza pensare che tra quella miriade di dati ci sono anche “dati intelligenti”, dati che possono prendere vita, trasformandosi in informazioni che diventano la chiave per aprire nuove porte.

La nostra professione ne è testimone.

Ogni mese forniamo alle aziende report di costi, budget e statistiche pubblicandoli nel loro archivio digitale, senza domandarci se le aziende ne faranno buon uso.

Ma un consulente del lavoro o un commercialista, se vuole veramente essere di supporto al suo cliente, si deve limitare a fornire i dati, o deve sedersi al tavolo del suo cliente cercando di dare un significato a quei numeri?

Partiamo dal presupposto che quando avvengono certi fatti all’interno di un’azienda, l’imprenditore, che è direttamente coinvolto, difficilmente riesce a guardare gli avvenimenti in modo oggettivo.

È la stessa cosa di quando abbiamo un battibecco in famiglia o con un amico.

Se siamo i diretti interessati, siamo emotivamente coinvolti. Non c’è dubbio.

Quindi, l’intervento di un professionista che porta con sé il proprio background e che entra in azienda con gli occhi di un osservatore munito di una valigetta di dati aziendali ben codificati, può essere la chiave per identificare il vero problema.

Faccio un esempio di un caso che mi è capitato da poco.

Entro in un’azienda e trovo l’imprenditore infuriato. Non ne può più di un suo dipendente. Alterna periodi di malattia a periodi di lavoro in cui la sua produttività viene definita “disastrosa”.

Lo guardo e chiedo “ma non era quel dipendente a cui aveva dato un premio consistente tre anni fa?”. “Si, proprio lui, un tempo era uno degli uomini migliori, ma adesso la situazione è insostenibile, dobbiamo pensare a un licenziamento”.

Incomincio a fare delle domande, poi vado ad analizzare i dati:

  • L’andamento dell’assenteismo degli ultimi anni;
  • I provvedimenti disciplinari che sono stati comminati;
  • Le nuove assunzioni avvenute nello stesso reparto;
  • La produttività, ecc.

Mi ripresento in azienda e chiedo informazioni aggiuntive.

Dall’analisi dei dati è emerso che la situazione si era completamente capovolta da una certa data.

Il cambiamento corrispondeva con l’arrivo di un nuovo collega di lavoro.

Collocato temporalmente il problema, era arrivato il momento di togliersi il cappello da “consulente del lavoro” e mettersi quello da “coach”.

Dopo aver parlato con tutti i soggetti coinvolti, si è arrivati alla consapevolezza dei fatti reali scatenanti che, guarda caso, erano causati da una cattiva comunicazione e da una falsa convinzione.

Chiarito il fraintendimento e risolto il problema, la produttività di quel collaboratore è tornata quella di tre anni prima e la pratica di licenziamento è finita nel cassetto.

Sandra Paserio – HR Problem Solver – Consulente del Lavoro – Coach Professionista