Guardarsi allo specchio per rafforzare la leadership

Voglio raccontare una storia.

La storia di un imprenditore, Gianni, che in un momento storico di grande cambiamento, ha rivisto il film della sua vita lavorativa.

Un film durato 50 anni e che è bello rivedere per comprenderne il passato e proiettarne il futuro.

 

Se ti sei perso il primo episodio

 

 

Per cambiare la cultura dovevano cambiare i giochi.

E per cambiare i giochi, Gianni doveva essere il primo; il primo attore di un processo di cambiamento.

Quest’imprenditore così lungimirante, quindi, ha fatto la cosa più saggia che poteva fare.

Ha iniziato a mappare le sue capacità. Non quelle tecniche. Quelle le conosceva.

Voleva capire qual era il gap da colmare per diventare un buon leader.

Lui si era sempre ritenuto un buon leader, ma era la stessa cosa che pensavano i suoi collaboratori?

I messaggi che venivano dati all’interno dell’organizzazione, erano chiari?

Le persone conoscevano i valori dell’azienda?

Si fidavano di lui e delle sue capacità di leadership?

Se le cose fossero andate male, le persone sarebbero state al suo fianco? Lo avrebbero supportato?

Domande a cui non era in grado di dare risposte perché, era consapevole del fatto che qualsiasi risposta sarebbe stata un auto-inganno.

A quel punto Gianni, essendo un grande, cosa fa?

Va alla ricerca di una soluzione: trovare il modo per misurare l’intangibile.

Inizia così a leggere libri, partecipa a corsi, fino a quando si imbatte in un Assessor certificato.

Un coach che gli spiega che esistono strumenti affidabili, che permettono di valutare la propria leadership e di incrociare i risultati con quello che pensano i suoi collaboratori.

Per la prima volta, quindi, scopre il nesso causale tra l’intelligenza emotiva e la leadership.

Scopre infatti che l’intelligenza emotiva è predittiva per il 55% della leadership e che l’intelligenza emotiva altro non è che la capacità di comprendere le emozioni proprie e degli altri, di utilizzarle per scelte importanti e, infine, di gestirle e indirizzarle verso obiettivi eccellenti.

Gianni mi dice che quella è stata una rivelazione vitale che gli ha permesso di fare il primo piccolo passo verso il cambiamento culturale della sua azienda anche se, ricorda, la restituzione dell’intelligenza emotiva, inizialmente, non l’aveva presa per niente bene.

Aveva scoperto che i 20 collaboratori che aveva coinvolto per la compilazione del questionario, avevano un’idea, diciamo, distorta della sua intelligenza emotiva.

Almeno, questa era stata la sua prima impressione quando il coach gli aveva messo tra le mani le risposte anonime di quel questionario.

Risposte che evidenziavano un gap tra quello che lui pensava di trasmettere e quella che era la percezione del suo team.

Poi, sbollita la rabbia, Gianni ricorda di aver iniziato a collegare i puntini.

A comprendere lo schema disfunzionale che aveva messo in atto per tutti quegli anni, pur rispettando chiaramente sempre tutti.

Senza rendersene conto, infatti, alcuni comportamenti non erano stati accompagnati da una comunicazione efficace e certe cose che lui aveva trascurato, per i suoi collaboratori erano importanti.

Altre cose non erano chiare.

Non era chiara la finalità di alcune sue azioni e ognuno aveva colmano quel vuoto a modo suo.

A quel punto il tono della voce di Gianni cambia.

Il silenzio prende il sopravvento. Passano pochi minuti poi Gianni dice “ancora oggi non capisco come ho fatto a non accorgermi di certe cose. Ero talmente assorto dalla mia quotidianità che stavo rischiando di perdere il vero valore della mia azienda: le persone”.

Un momento di riflessione a voce alta che mi diede la possibilità di fare un’altra domanda: e dopo?

Cosa è successo dopo?

“E dopo è iniziato tutto”, mi dice. “Ho iniziato un percorso di coaching per rafforzare la mia leadership utilizzando i miei punti di forza. Ho iniziato ad ascoltare le persone. Ho osservato cose che non avevo mai notato. Ho iniziato a fare domande. Ho iniziato ad analizzare le soluzioni guardandole da diversi punti di vista. Ho pensato alle conseguenze delle mie azioni prima di metterle in atto, non dopo”.

Il tempo di riprendere fiato e continua: “Devo dire che in questo modo mi sono risparmiato un bel po’ di grattacapi e ho iniziato a mettere ordine nella mia vita, allineando i miei obiettivi a quelli che erano i miei valori. Per la prima volta, ho ritrovato la serenità. Ero bilanciato, soddisfatto e realizzato. E anche la salute ne ha giovato, non solo i miei collaboratori e i miei affari”.

Sorride.

Gli chiedo: è stata dura?

“Diciamo che è più facile dire agli altri quello che non va bene, che ammettere che c’è qualcosa che non va in quello che fai tu. È come mettersi davanti ad uno specchio e guardare per la prima volta il vero responsabile delle cose che non vanno bene in azienda. Fino a quel momento, era più semplice cercare il colpevole guardando fuori dalla finestra”.

 

La storia di Gianni continuerà nelle prossime pubblicazioni, ti aspettiamo la prossima settimana con #storiediunimprenditore