Agire sullo scheletro dell’azienda

Voglio raccontare una storia.

La storia di un imprenditore, Gianni, che in un momento storico di grande cambiamento, ha rivisto il film della sua vita lavorativa.

Un film durato 50 anni e che è bello rivedere per comprenderne il passato e proiettarne il futuro.

 

Se ti sei perso il primo, secondo e terzo episodio

 

 

Gianni è consapevole che, per creare un’azienda che funzioni, ha bisogno di agire su 3 aree: Leadership, Strategia e Organizzazione.

Un sistema unico, flessibile, ma soprattutto sostenibile per rispondere a un mercato che, sappiamo, essere sempre più volatile e fortemente incerto.

Dopo aver rafforzato la leadership e la strategia da adottare per raggiungere i suoi obiettivi, Gianni racconta il suo vissuto, passando allo sviluppo dell’Organizzazione interna.

Davanti a un buon caffè e con i raggi del sole che gli illuminano il viso, questo imprenditore dai capelli bianchi e dallo sguardo carismatico, continua a raccontare la sua storia.

“Ricordo il giorno in cui ho preso in mano la mia agenda. Ho sbarrato 4 giorni e mi sono dedicato ad osservare le dinamiche aziendali. Pensavo di averlo sempre fatto e probabilmente è stato così, almeno in parte. Sono un appassionato e questa organizzazione l’ho amata dal primo giorno che l’ho costituita. Ma in quei giorni ho fatto qualcosa che non avevo mai fatto. Sono andato nei vari reparti e ho osservato con attenzione. Ho lasciato il mio cellulare in ufficio e ho portato con me solo una penna e un blocco per gli appunti. Nient’altro. Mi sono messo in un angolo e ho notato cose che in quegli anni, non so perché, mi erano sfuggite. Ogni tanto giravo tra i collaboratori e quando non capivo qualcosa, chiedevo. La curiosità e la voglia di capire il funzionamento di ogni cosa, aveva attratto la mia attenzione e le energie erano lì, pronte per essere canalizzate in quel progetto. Nessun giudizio, nessun intervento, nessuno spunto. Mi ero trasformato in un foglio bianco e registravo mentalmente ogni azione che vedevo”.

Gianni si ferma. Rimane in silenzio. Ascolta il suo respiro. Finisce il caffè e poi continua:

“Dopo 4 giornate intense, sono tornato nel mio ufficio e ho rielaborato quegli appunti. Un bottino ricco di spunti, riflessioni, informazioni e dati che ho condiviso col mio team e da cui siamo partiti per rivedere le procedure interne, le istruzioni di lavoro, l’automazione dei processi e le azioni da mettere in atto per efficientare l’azienda.

Definito lo scheletro aziendale, abbiamo sentito i nostri esperti:

  • un ingegnere gestionale, che ci ha supportato nella pianificazione dei processi
  • un esperto informatico, che ci ha consigliato le soluzioni per la digitalizzazione delle attività
  • un agente di cambiamento, che ha lavorato con l’ufficio risorse umane per formare e accompagnare le persone in un percorso fatto di piccole cose. Piccole azioni che hanno portato, poi, a un grande cambiamento”.

In qualità di Consulente Strategico del Lavoro, ho vissuto tramite gli occhi degli imprenditori i conflitti interni, le resistenze al cambiamento e l’innata voglia delle persone di rimanere nella propria zona di comfort. Quella zona dove i collaboratori si sentono al sicuro, protetti e a proprio agio ma, che a lungo andare, invece di aiutare le persone le annientano.

Una trappola mortale dove, giorno dopo giorno, si disimpara a lavorare, a trovare soluzioni e nuovi modi per rispondere a un mercato che incalza.

Ed è per questo che gli chiedo quali difficoltà ha incontrato in questo percorso e quanto tempo ci ha messo a raggiungere l’obiettivo.

Gianni, alza la testa e mi guarda negli occhi.

“Non so se ha letto il libro di Simon Sinek – Il gioco infinito – ma il percorso di cambiamento è proprio questo. È un gioco che inizia, ma che non finisce mai. Quindi posso risponderle solo in parte. Questo nuovo gioco è iniziato almeno un paio d’anni fa. Abbiamo raggiunto degli ottimi risultati perché abbiamo efficientato l’azienda. Abbiamo individuato dei KPI di risultato e di performance e abbiamo monitorato l’andamento durante tutto il percorso. Il trucco, però, è stato quello di rallentare. Se si vuole tutto e subito, hai perso. Bisogna andare piano, godersi i piccoli risultati e accompagnare le persone in un viaggio dove il cambiamento si trasforma nella normalità.

Di errori ne abbiamo fatti in questi anni, ma vado fiero del fatto che li abbiamo analizzati. Abbiamo visto cosa non aveva funzionato e abbiamo cambiato il nostro modo di agire. Insomma, abbiamo definito una strategia e un piano di azione ma, ogni giorno, abbiamo imparato dai nostri errori e ci siamo adattati.

Non le nego che in alcuni momenti, soprattutto all’inizio, le persone non capivano, attaccavano, si lamentavano o evitavano di fare qualsiasi cosa gli venisse chiesto. Appena mollavi un attimo, ritornavano al vecchio schema.

Ma, anche qui abbiamo imparato il significato della resilienza e dell’importanza di credere in un progetto per mantenere la rotta e dare il buon esempio”.

Dopo aver ascoltato con attenzione, gli chiedo “Quindi tutto dipendente dai vertici, corretto?”.

Si, corretto” risponde Gianni, “il percorso di cambiamento e di riorganizzazione di un’azienda per creare un sistema sostenibile, è un percorso lungo e tortuoso. I vertici devono sposare il progetto. Crederci. Solo chi è determinato e fortemente focalizzato ci riesce. Altrimenti si rischia di rientrare tra il 70% delle aziende che non raggiunge l’obiettivo”.

Le ultime parole risuonano nella mia mente e penso a quel rischio, spesso sottovalutato, che può fare la differenza per ogni imprenditore.

Saluto Gianni, nella speranza che le ore che mi separano dal prossimo incontro, trascorrano veloci.

Sono curiosa di sapere come, secondo il suo pensiero, questo sistema sostenibile, impatta sulle persone e sul risultato aziendale.

 

La storia di Gianni continuerà nelle prossime pubblicazioni, ti aspettiamo la prossima settimana con #storiediunimprenditore