DEMANSIONAMENTO E MOBBING

Con la sentenza n. 1262 del 23 gennaio 2015, la Corte di Cassazione ha dichiarato che il semplice demansionamento del lavoratore non è equivalente alla condotta persecutoria che caratterizza il mobbing. 
Infatti, affinché sia configurabile il mobbing è necessaria una pluralità di condotte ostili, protrattesi nel tempo, tese ad emarginare il singolo lavoratore, e per la precisione devono ricorrere le seguenti fattispecie:
• una serie di comportamenti di carattere persecutorio, illeciti o anche leciti se considerati singolarmente ma che, con intento vessatorio, siano posti in essere contro la vittima in modo sistematico e prolungato nel tempo, direttamente da parte del datore di lavoro o di un suo preposto o anche da parte di altri dipendenti, sottoposti al potere direttivo dei primi; 
• l’evento lesivo della salute, della personalità e/o della dignità del dipendente; 
• il nesso eziologico tra le descritte condotte e il pregiudizio subito dalla vittima nella propria integrità psico-fisica e/o nella propria dignità; 
• l’elemento soggettivo, cioè l’intento persecutorio unificante di tutti i comportamenti lesivi. 
Non bastano, cioè, un demansionamento e delle trattenute retributive.
Contestualmente la Suprema Corte ha dichiarato la illegittimità del licenziamento comminato al medesimo lavoratore il quale era, dapprima, stato assegnato a nuove mansioni, per poi essere licenziato a causa della soppressione la nuova posizione lavorativa ritenuta improduttiva.