LEGITTIMO IL LICENZIAMENTO DEL LAVORATORE IN MALATTIA SORPRESO A LAVORARE PRESSO TERZI

Con la sentenza n. 15365 del 4 luglio 2014, la Corte di Cassazione ha precisato che il lavoratore in malattia che svolge nel frattempo analoghe mansioni presso altra azienda, manifesta un comportamento sleale in violazione dei principi di correttezza e buona fede, cui consegue la legittimità del licenziamento.
Il comportamento contestato violava i principi di correttezza e buona fede perché in stato di malattia il medesimo aveva lavorato presso altro datore di lavoro benché il suo stato di malattia non lo consentisse. Era dunque stato violato l’articolo del contratto collettivo applicato che prevedeva anche il licenziamento come sanzione. 
L’attività in concorrenza era stata ammessa dallo stesso dipendente, cui si aggiungeva la simulazione della malattia, poiché in realtà lo stato morboso denunciato avrebbe comunque precluso lo svolgimento delle mansioni (di macellaio in questo caso) in quanto un testimone aveva ascoltato la telefonata del lavoratore che diceva all’interlocutore che gli avrebbe dato una mano al lavoro prendendosi una giornata di malattia.
Il licenziamento pertanto appariva giustificato. 
A giudizio della suprema Corte, la Corte di appello nella sentenza impugnata ha accertato che il ricorrente svolse attività di concorrenza con il proprio datore di lavoro lavorando in un esercizio concorrente nelle sue mansioni di macellaio benché fosse in malattia; la circostanza alla stregua delle decisione di anamento della Corte di cassazione risulta essere contestata anche come violazione dell’art. 151 CCNL (che prevede la possibilità dell’irrogazione del licenziamento in caso di violazione del dovere di non concorrenza). 
La Corte di appello ha ritenuto che la gravità della violazione legittimasse l’irrogata sanzione anche alla stregua della contrattazione collettiva applicabile, vista anche la slealtà dimostrata dal dipendente che certamente non aveva rispettato in alcun modo i principi di correttezza e buona fede svolgendo le stesse mansioni per terzi che aveva preteso di non poter svolgere per il datore di lavoro a causa di una malattia (di cui quindi era legittimo presumere l’insussistenza).
Si tratta di una motivazione congrua, coerente con le previsioni contrattuali ed immune da vizi di ordine logico ed argomentativo alla quale, come detto, si muovono censure oltre che di merito non determinanti come il fatto che l’attività svolta (non contestata in sé) fosse stata molto breve o in relazione alle dichiarazioni rese dal teste che sentì il ricorrente per telefono assicurare un aiuto a terze persone grazie ad una assenza per malattia.