LICENZIAMENTO DICHIARATO LEGITTIMO: IL RISARCIMENTO EROGATO AL LAVORATORE VA RESTITUITO AL DATORE DI LAVORO

Con la sentenza n. 15251 del 3 luglio 2014, la Corte di Cassazione, con riferimento al nuovo dettato dell’articolo 18 della L. n. 300/1970, si è espressa affermando che qualora il giudice di primo grado abbia sentenziato l’illegittimità del licenziamento ed il datore abbia corrisposto l’indennità risarcitoria al lavoratore, quest’ultimo è tenuto alla pronta restituzione nel caso in cui la sentenza d’appello concluda invece per la legittimità del recesso. 
La suprema Corte ha sottolineato che, in tema di conseguenze del licenziamento illegittimo, come il nuovo testo dell’art. 18 L. n. 300 del 1970 abbia unificato i periodi pre e post sentenza (di reintegra nel posto di lavoro), sotto il comune denominatore dell’obbligo risarcitorio, con la conseguenza che, una volta accertata la legittimità del recesso, anche le somme erogate a titolo risarcitorio per effetto di un provvedimento “ante causam” di reintegra del lavoratore licenziato ex art. 700 c.p.c. sono ripetibili, trovando anche tali somme il proprio titolo nell’illegittimità del licenziamento e non nell’inosservanza del datore di lavoro all’obbligo di conformarsi all’ordine del giudice di reintegra del lavoratore. 
Tale principio è in linea con quanto affermato, in altre pronunce di legittimità, secondo cui le somme corrisposte in esecuzione della sentenza che ordina la reintegrazione nel posto di lavoro costituiscono, ai sensi dell’art. 18 della L. n. 300/1970, risarcimento del danno ingiusto subito dal lavoratore per l’illegittimo licenziamento, di modo che con la riforma della sentenza che dichiara la legittimità dell’impugnato licenziamento viene a cadere l’illecito civile ascritto al datore di lavoro e non sussiste più l’obbligo del risarcimento a suo carico. 
Pertanto, le somme percepite dal lavoratore perdono il loro titolo legittimante e debbono essere, conseguentemente, restituite al datore di lavoro fin dal momento della riforma della sentenza, atteso che, per il nuovo testo dell’art. 336 c. 2 c.p.c., non è più necessario il passaggio in giudicato della sentenza di secondo grado.